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Ecco perché il viaggio di ritorno sembra più breve dell'andata

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Si chiama effetto viaggio di ritorno il fattore misterioso capace di condizionare notevolmente la percezione soggettiva del tempo di fronte ad un itinerario identico affrontato prima nell'uno e poi nell'altro senso.

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Quando si percorre un tragitto più o meno lungo, marciando su strade non conosciute con la fretta di dover raggiungere il punto di approdo, spesso si avverte una netta differenza anche se i km segnati dal contatore dell’auto sono gli stessi. Come si spiega tale fenomeno?

La sensazione illusoria di riduzione delle distanze chiamata effetto viaggio di ritorno è stata oggetto di valutazioni scientifiche, come riferito dalla stampa specializzata: secondo gli studi citati dalla rivista Plos One tutto può ricondursi senza alcun dubbio a ragioni di carattere squisitamente psicologico.

Un pool di ricercatori ha infatti testato la percezione del fattore cronologico in due distinti gruppi di volontari, ai quali sono state mostrate riprese di un tour dalla durata di 20 minuti nelle medesime strade di una città, con risultati decisamente favorevoli alla tesi pro-effetto viaggio di ritorno.

(On the road: viaggio in auto dal Nord dell'Italia al Nord della Francia. Guarda il video)

Alla base di questa percezione, starebbero principalmente elementi chiave come la familiarità del percorso, all’andata sconosciuto ma memorizzato (quindi più semplice, non solo per chi guida) al ritorno e la diversità di stato d’animo in presenza o in mancanza di fretta.

La mente si rilassa abbassando il livello di concentrazione in virtù di fenomeni conosciuti e man mano che si invecchia, il tempo sembra passare più velocemente. Ben differente il discorso riguardante tragitti abituali, ad esempio di lavoro, che risultano di per sé familiari e pertanto al di fuori del raggio d’azione della dinamica analizzata dagli studiosi giapponesi promotori del test sulle “cavie umane”.

Un alone di mistero, in ogni caso, è destinato a restare data la complessità della materia affrontata e la mancanza di prove concrete (scientifiche in senso stretto) sull’effetto viaggio di ritorno, che però vanta un’altissima percentuale di testimonianze dirette.

Pubblicato da Marco Franco - Profilo Google+ - Leggi più articoli di Marco Franco

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